Salvare l’Europa dall’Europa

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A sessant’anni dal trattato di Roma, l’Unione Europea affronta una crisi politica e istituzionale che rischia di sgretolarla nel più totale fallimento. Tra le cause di questa crisi la sua stessa natura sinarchica che l’ha resa in un certo senso impermeabile a quanto andava accadendo nel mondo: guerre nel Golfo, primavere e autunni arabi, migrazioni di massa di caratura biblica, esplosione dei fenomeni terroristici, crisi finanziarie strutturali. Complessi scenari che, in altri tempi e per ragioni anche meno gravi, avrebbero potuto già determinare l’esplosione di conflitti più o meno mondiali. In questa
ridefinizione degli equilibri planetari, l’UE si è comportata quasi come se niente fosse, portando avanti, con ragionieristica meticolosità, il proprio mandato
neo-liberista, imponendo scriteriate privatizzazioni, dissennate politiche economiche, quasi indifferente agli enormi disagi che, macelleria sociale, si andavano creando, favorendo di fatto la disgregazione del tessuto sociale europeo. L’UE ha finito così per diventare la malattia di se stessa, mostrandosi non più madre ma madrina del suo stesso popolo. Era ovvio che tutto questo dovesse in qualche modo finire. Non si governa a lungo contro il volere del proprio popolo. Così, dopo che era stata ignorata la disperazione greca, primo vero
campanello d’allarme, ci hanno pensato i britannici a imporre un freno votando alla Brexit e imponendo l’avvio di una seria riflessione intorno alla natura stessa dell’Unione. Un duro colpo all’ideologia europeista che dell’irreversibilità del processo d’integrazione (nella Storia nulla è irreversibile) e dell’infallibilità dell’Istituzione avevano fatto un totem. Poco consola che gli anti-europeisti olandesi non abbiano prevalso perché la febbre rimane alta e presto conoscerà una nuova rilevazione attraverso le non facili
elezioni in Francia, in Germania e poi in Italia. Febbre che rischia di alzarsi anche tenendo in considerazione altri significativi appuntamenti quali quelli della ripropostasi indipendenza scozzese,
quella eventuale irlandese, quella non impossibile catalana. Non è più tempo di sorrisi di circostanza e di solenni discorsi autocelebrativi, occorre salvare l’Europa dall’Europa. Sempre ammesso che l’Europa voglia davvero essere salvata. Per farlo, comunque, è necessario cambiare rotta, ridisegnare un quadro di insieme per fare in modo che prenda corpo un’Europa geograficamente più solidale, socialmente più equa, più sensibile alle problematiche delle persone. Un’Europa di ben altro e alto spessore politico. Serve trovare risposte nuove a vecchi problemi incancrenirsi, offrendo soluzioni che tengano conto, dopo decenni di irresponsabilità, delle conseguenze del proprio agire, nella considerazione generale di cosa realmente si voglia e si possa fare evitando di alimentare l’impressione, mai fugata, di un’Europa che, mostro, divora i propri figli. Un’Europa a doppia velocità? Si chiarisca il punto. Doppi/tripli euro? Sarebbe stato necessario pensarci fin dall’inizio. Lasciando stare ogni ideologismo, si parta dalle differenti specificità dei diversi Stati europei; si adottino serie riforme che uniformino le politiche fiscali; s’introduca un Welfare europeo in grado davvero di sostenere chi resta indietro e si fughi anche la diffusa percezione di un’istituzione sostanzialmente funzionale agli interessi forti (banche, finanza, multinazionali). Si avviino politiche economiche espansive che, anche nel rispetto degli attuali accordi vigenti, possano
immediatamente e concretamente rilanciare l’economia europea, rinsaldando il tessuto sociale slabbrato, indicando quale sia la direzione di marcia. E ciò è possibile in tempi anche brevissimi mettendo al centro dell’azione politica ciò che costituisce, davvero, la base di una reale identità europea: la Storia, l’Arte, la Cultura. Un patrimonio inestimabile che è faro di civiltà, che oggi richiede l’assunzione di politiche concrete che lo valorizzino rilanciando al contempo l’idea di un’Europa dei popoli, espressione di unità e coesione. S’intervenga affinché Eurostat adotti decisioni che mirino, ed è questo il punto che qui preme, a escludere i costi di tutela e valorizzazione dei beni artistici e monumentali dai vincoli di bilancio dei singoli Stati, come già avviene per altre situazioni prese in considerazione da SEC 2010 e dal recente Manuale sul Disavanzo Pubblico 2016. L’adozione di una simile disposizione, senza mettere in discussione gli accordi vigenti, in attesa comunque di una loro migliore ridefinizione, permetterebbe il quasi immediato rilancio dell’economia grazie agli investimenti che, nel settore specifico, i diversi Stati attuerebbero per valorizzare, in qualche caso salvare, il proprio patrimonio artistico, monumentale, archeologico dando sostanza alla definizione di “patrimonio universale dell’umanità” attribuita dall’UNESCO. Ciò permetterebbe, inoltre, di riequilibrare l’attuale situazione penalizzante per quei Paesi che, come l’Italia, possiedono, in effetti, un alto numero di beni artistici da tutelare e che a tal fine destinano risorse finanziarie importanti a differenza di quanto fanno altri Stati, di più recente Storia, maggiormente liberi di impiegare le proprie risorse in altre tipologie di interventi (innovazione) o anche semplicemente a salvaguardia del Welfare. A poco vale la considerazione che suddetti beni possano produrre rilevanti ritorni economici considerando che, oltre certi limiti, l’eccessivo sfruttamento può comprometterne la loro stessa conservazione. Permettere, quindi, ai singoli Stati di investire, oltre i vincoli di bilancio, risorse significative nel recupero e mantenimento dei propri beni artistici e monumentali significa consentire lo sviluppo di un settore specifico con immediate ricadute occupazionali con l’acquisizione, inoltre, di alte professionalità e specializzazioni nel settore. Le imprese e ditte, che fino adesso hanno operato in situazioni limite, si troverebbero invece a divenire il volano di un rilancio dell’economia con ricadute ben oltre la propria specificità. S’incentiverebbe la sempre maggiore specializzazione e l’investimento tecnologico nel campo dei beni artistici e monumentali e anche il settore più generico della comune edilizia conoscerebbe una propria espansione accompagnando quanto si va nello specifico sviluppando. Incrementi che si registrerebbero anche nel campo più ampio della conoscenza e produzione artistica, storica, culturale che diverrebbero, per i giovani, prospettive effettive di impiego. L’Italia, a questo punto, si troverebbe nelle condizioni, privilegiata, di potersi dotare di un complesso know-how che altri Paesi ci invidierebbero. Si è sempre detto che il patrimonio artistico, monumentale e archeologico italiano potrebbe essere il vero petrolio del Paese, allora che lo diventi, si operi perché ciò avvenga. Basterebbe poco. Basterebbe pretenderlo ridiscutendo l’Europa, quest’Europa, nella concretezza delle proposte da mettere in campo. A 60 anni dai trattati di Roma, si agisca nel modo di dare un senso rilevante all’essere europeo, considerando davvero la Storia, l’Arte, la Cultura validi strumenti di crescita civile ed economica, essenziali elementi di identità europea, efficaci strumenti per salvare l’Europa dall’Europa.

a.t.