Scenario

– come di una carrellata cinematografica-

1995

 

 

Notte e freddo. Freddo e umido. Nubi minacciose coprono a tratti il ri­splen­dere della luna incombendo sull’angusta rocca che do­mina dall’alto di una rupe sulla cittadina e sul lago sottostante. Co­­me una insidia. Alte pareti di roccia si fondono con mura che, maestose, si ergono su quelle ac­quee spente di luce e su quelle basse di miti costruzioni dall’architettura medievale. Come un pa­dre tra i figli, un padre padrone. Dubbio tra certezze. Volontà tra ab­ban­dono. La rocca domina la cittadina. E vigila, come austero guardiano, affinché nul­la disturbi il sonno dei suoi abitanti. La luce della luna, liberandosi dal manto di nudi, si distende cau­ta su quei tetti. Sembra anche dovere indugiare prima di inerpicarsi lungo le pa­reti di roccia e – ancora più su – lungo le mura della rocca, insi­nuan­dosi tra le merlature scure, gli anfratti diroccati. Così si staglia il castello, nero profilo dominante su un mondo. Su quella piccola porzione di mondo. Sulle ali del vento, la vi­sta si spo­sta leggiadra. E vola. Come a cercare qualcosa, come a voler scoprire qualcosa.

La vi­sta – la “nostra vista” – che, come in un’au­da­ce carrellata cinemato­gra­fica, avanza e sale su per le pareti scoscese del monte, oltre la rocca. E vola su, più su. Vola in alto. Oltre la rocca. Oltre le sue mura di cinta. Lambendo pie­tre e rocce. Scorti­can­dosi sulle sporgenze del pendio. E da lì, si spo­sta. Fino a sca­val­ca­re il muro per ricadere all’interno del ma­nie­ro abbandonato dove gufi e serpi e ancora, pipistrelli vi hanno trovato rifugio. E casa. La rocca è zona di ombre più che di luci, do­ve tutto è silenzio. Ed è disperso tra il fragore di qualche sibilo, di qual­che rantolio nascosto. O da qualche sbattere di ali, schioc­ca­re di lingua, stridere di denti famelici.

Ma la vista – la “nostra vista” – va oltre. Come a volere sco­pri­re tutto, va oltre lo sbuffare di erba e cespugli incolti, oltre l’ab­bandono di quell’impervia rupe e scon­fi­na giù, di nuovo, verso la cittadina che – come assopita – attende paziente. La vista allora vola giù verso i tet­ti delle case, verso le mura scolpite di palazzi, dalle persiane assonnate. Giù. Sdrucciolando tra le tegole e i nidi rapaci. E più giù: tra­ver­sando un lungo cammina­mento. Oltre, abbando­nandosi alle spalle le mer­la­ture, le feritoie, le torri sui tet­ti bassi di antiche case, sulla strada lastri­cata di pietre vecchie di se­coli. Volteggiando lungo le vie strette del borgo medievale che vive rinchiuso – e come celato – all’ombra della vecchia rocca. Abbandonata.

E la vista – la “nostra vista” – decolla ancora tra il tremolare di un lam­pio­ne, un soffio di vento, un lampeggiare di luna. Decolla tremante al fiato di un caldo brivido – come di paura, un’imprecisata, in­de­finibile sensazione di paura che pervade l’animo, il nostro animo. Antica inquietudine, come di un qualcosa che – forse – ac­ca­drà. Chissà.

E la vista – la “nostra vista” – vola ancora di nuovo in alto, passando sopra una piazza cin­ta da por­ticati dove oscillano, cupe, le ombre fle­bi­li di lampioni mentre l’umidità si leva a farsi nebbia padrona di una notte ri­gi­da di fred­do – e non solo di freddo. La luce di un lampione – improvvisa – si sfuoca mentre la vista – la “nostra vista” – ondeggia, paurosa, librandosi sempre in una docile arcuata para­bo­la che – carrellando – attraversa l’intera piazza ricer­cando qualcosa. Poi un rumore. Forse. A dare scossa alla vista – la “nostra vista” – che, sempre come in una carrellata cinematografica, plana sulla scena. Leggiadra, a seguire il rintocco di un rumore sordo di ritmici pas­­si. Plana, come un soa­­ve invito a un profondo ragionamento, sommesso bru­­sio che si disperde all’interno di una cat­te­drale gotica.

E plana ancora la vi­sta – la “nostra vista” – sfiorando un lam­­pione per infilarsi fin sotto un porticato di affreschi, dove – si intende – si coglie più forte il rumore sordo del passo di un uomo. Ecco allora emergere dal cicalecciare del silenzio, dal lampeg­gia­re del­la nebbia, dal sonnecchiare dei fiacchi lampioni, la figura ammantata di un uomo che, a pas­­si lenti, si inoltra lungo il portico. Prima lontano. Poi più vicino e sempre più vicino. Avan­za l’uomo, incurante del tut­to. Col volto nascosto dal freddo. Colle mani cucite nelle tasche. Si avanza.

E la vista – la “nostra vista” – allora si porge – incauta – a cercare un senso a quel­lo scenario, a quella rocca, a quella notte cupa, colma di nebbia e freddo, a quel­­le case antiche di borgo. A cercare di dare un senso a quel camminare pigro. A darlo alla piazza, ai lampioni muti, al porticato, a quel­l’uomo che, solo, disperso e naufrago in uno scenario di tenebre, si avanza. Tutto così pieno. Tutto così vuoto.

Incauta, la vista – la “nostra vista” – si adagia allora, molle, sulla pavimenta­zione del portico ad ammirare la maestosità di quell’uomo che, nel fred­do e nella notte e nel­la nebbia, avanza – silenzioso e solo – come senza perché. In­cau­ta, la vista – la “nostra vista” – lo osserva, non scorta. Ancora in­cau­ta giace a lappare il mo­vi­mento – sfumato nei tratti – di quel pas­so di uomo deciso che è vicino, sempre più vicino, ormai. Il suo oscuro vestito. Il suo len­to an­da­re. Il respiro affannato. È imponente mentre – pietra sul selciato – la vista – la “nostra vista” – da terra lo os­ser­va ergersi a cammino nel portico. Figura imponente.

Incauta la vista – la “nostra vista” – da sotto indugia ancora ad in­quad­rarlo, ad ammirarlo, gigante, quale rocca che domina a pic­co la scena. Domina imponente. Un passo. E un passo. E un passo. Ancora. Un ultimo.  E… ciac. Spiaccicata sul selciato – cicca di sigaretta – giace la vista – la “nostra vista” ormai spiaccicata da quell’uomo che, indifferente, si allontana fino a scomparire. Nella notte.